sabato, novembre 11, 2006

Castiglione (An): la sirena D’Alfonso perde il suo fascino!


Castiglione (An): la sirena D’Alfonso perde il suo fascino

“La sirena D’Alfonso continua a perdere la sua capacità d’attrazione, nel palazzo come tra i cittadini, a conferma di quanto fosse effimero il suo fascino”.
Così Alfredo Castiglione, capogruppo di AN in consiglio regionale e consigliere comunale di Pescara commenta il voto su De Cecco.
“Non è la prima volta che D’Alfonso non vota e la motivazione è imbarazzante: non vuole schierarsi con una delle componenti della sua stravagante maggioranza. Non votare per un eletto è l’espressione peggiore, perché implica mancanza di responsabilità, di chiarezza e di coraggio, per non scontentare nessuno si finisce per scontentare tutti e soprattutto i cittadini.
In questi anni il sindaco ha dato vita ad una campagna acquisti scriteriata che, invece di rafforzarlo, lo ha indebolito, - osserva l’esponente di AN - minandone la credibilità e l’autorevolezza. E questo si è verificato perché mancava e manca un progetto che non fosse la propria affermazione personale, niente a che fare con una linea guida, una precisa idea sullo sviluppo della nostra città.
L’ennesima brutta figura di questa armata brancaleone c’è stata in questa occasione, con una parte importante della maggioranza che non si è fatta scrupolo di votare contro gli interessi di Pescara che, se è diventata la città trainante dell’intero Abruzzo, è anche grazie alla dinamicità della sua classe imprenditoriale. La nostra città ha bisogno di una grande e coerente aggregazione di moderati, senza personalismi, estremismi e radicalismi, miranti ad anteporre logiche di parte all’interesse della città e delle sue vocazioni. Per fare questo sarà necessario, quanto prima, mettersi tutto intorno ad un tavolo, perché il futuro della nostra città è più importante del velleitarismo dei singoli”.

PER NON DIMENTICARE: NASSIRIYA.


Domenica 12 novembre cade il terzo anniversario della strage di Nassiriya, nella quale morirono 19 nostri connazionali, tra i quali dodici carabinieri, cinque militari e due civili a seguito di un attentato kamikaze nella base militare italiana della città irachena. Nassiriya è l’episodio più grave della storia del nostro esercito dalla fine della seconda guerra mondiale. Una tragedia alla quale il popolo italiano ha risposto con eccezionale compostezza e senso di appartenenza nazionale. Pochi giorni fa il governo italiano ha deciso di non tenere più una specifica cerimonia in occasione dell’anniversario della strage. Il ministro della Difesa Parisi ha infatti stabilito che tutti i nostri caduti vengano ricordati il 2 novembre, in occasione della ricorrenza dei defunti. E' una scelta vergognosa!Per onorare i nostri eroi, abbiamo lanciato la campagna "in ricordo degli eroi italiani di Nassiryia lascia un fiore davanti al monumento ai caduti della tua città”. Comunicate gli appuntamenti alla direzione nazionale così da consentirci una comunicazione puntuale e completa delle iniziative.

CHI DI TASSE FERISCE DI VOTO PERISCE!

per ulteriori informazioni:

CULTURA: ENNIO FLAIANO



Ennio Flaviano
il grande incompreso


"Giornalista e sceneggiatore, autore anche di un romanzo, Tempo di morire (concediamo a quest’ipotetica enciclopedia una citazione inesatta). Scrittore minore satirico nell’Italia del Benessere". Così Ennio Flaiano, intervistato nel 1972 da Il dramma, pochi mesi prima della morte, che sopraggiungerà il 20 novembre per infarto, si definisce una immaginaria enciclopedia "del 2050".
Autore raffinato e corrosivo, in questa autodefinizione sfoggia un concentrato della sua caratteristica quanto sferzante di ironia, questa volta applicata a se stesso, ma anche la fiera consapevolezza di un intellettuale versatile e controcorrente che scriveva "per non essere incluso". Lucido, disincantato e spietato osservatore del costume italiano, rimane ancora oggi, a trent’anni dalla morte, un grande incompreso, troppo spesso semplicisticamente ritenuto uno scrittore umorista tout court e come tale considerato trascurabile e di poca importanza. Niente di più fuorviante. Flaiano è stato senz’altro uno dei protagonisti più significativi del Novecento culturale italiano, avendo contagiato con il suo stile e il suo talento, oltre che la letteratura, anche il cinema, il teatro e persino la televisione. Per rendersene conto basta scorrere le pagine del poderoso tomo che Bompiani ha appena mandato in libreria e che ripropone le numerose opere postume del grande abruzzese (lo stesso editore ha in ristampa la raccolta dei volumi che lo scrittore pubblicò in vita e che rappresentano una minoranza delle sue opere, sei contro le quattordici postume).
Se è vero, come in un celebre aforisma scrive lo stesso Flaiano, che "quando un autore muore, i suoi libri e sua moglie non interessano più, per un po’ di tempo", ultimamente le sue opere sono tornate ad appassionare molti lettori, così come l’anziana vedova è stata recentemente contattata dal Sindaco di Pescara per ottenere la restituzione alla città abruzzese delle spoglie dell’illustre concittadino. E certamente Flaiano è sempre rimasto integralmente abruzzese, anche se la sua dannunziana Pescara era una città diversa dall’attuale. Era un paese "di cinquemila abitanti", quello i cui nacque il 5 marzo di un "1910 così lontano e pulito che mi sembra un altro mondo". Si trasferisce a Roma, dodicenne, nel 1922, viaggiando insieme ai fascisti che stavano facendo la loro marcia. Nei primi anni romani Flaiano è un fiume in piena, inizia a frequentare gli ambienti teatrali d’avanguardia e acquisisce i primi rudimenti per la sua attività di scenografo con il Teatro degli indipendenti di Anton Giulio Bragaglia.
Esordisce nel giornalismo nel 1933 e, in quarant’anni di attività, scrive più di mille articoli per un’infinità di testate che sarebbe pressoché impossibile ricordare, tanto è interminabile l’elenco. Si occupa di satira di costume, di critica letteraria, cinematografica e teatrale. Interrompe gli studi in Architettura per partire, come sottotenente, per la guerra d’Abissinia, che lo impegna dall’ottobre del 1935 al novembre del 1936. L’esperienza bellica lo allontana definitivamente dal fascismo: "Una guerra, cui ho preso parte e che mi ha portato ventiquattrenne a ripudiare il fascismo e a desiderare che la cosa finisse, brutalmente, nella sconfitta". La scelta di fare il critico cinematografico è senz’altro dettata dalla passione per il cinema, cui attribuisce una particolare facilità comunicativa, in un momento in cui "non si leggono più libri", ma è anche il pretesto per "parlare d’altro". Il critico cinematografico, così come lo intende Flaiano "era uno che non capiva niente di cinema ma andava al cinema e faceva il pezzo sul cinema parlando d’altro. Era l’unico modo per protestare contro il fascismo".
Altrettanta distanza prende dall’antifascismo, in particolar modo da quello rivoluzionario comunista e dalla detestata pletora degli scrittori che, superfascisti durante il fascismo, andavano convertendosi al nuovo dogma improvvisandosi antifascisti. "Tizio, dall’8 settembre, fa lo "scrittore di sinistra". Ossia s’interessa soltanto di personaggi umili e salariati, che descrive come può, con una certa retorica all’americana, cercando umilmente la loro simpatia". Flaiano mette sullo stesso piano fascismo e antifascismo: "Ognuno vuole la sua versione della libertà, che consiste nel sopprimere quella dell’altro" e rimprovera alla Resistenza la violenza della sua propaganda: "La verità, caro amico, dal momento che me la imponi, non mi interessa (…) La rivoluzione da noi è una forma d’investimento, di assicurazione per la vecchiaia. Io sono circondato da amici benpensanti che hanno per amici almeno due estremisti, uno per parte (…) Una volta si manteneva il figlio agli studi, oggi lo si mantiene nella contestazione, qualunque essa sia". "Essere comunisti è un lusso" e Flaiano non lo è perché "non se lo può permettere".
Nel 1946 Leo Longanesi, favorevolmente impressionato dal talento di Flaiano, lo esorta a scrivere un romanzo, assicurandogli persino un anticipo al fine di impegnarlo subito nella scrittura. Siccome per lo scrittore abruzzese "pensare di deludere Longanesi era insopportabile", scrive il suo romanzo in pochi mesi e lo consegna all’editore per la pubblicazione. Tale opera, Tempo di uccidere, nella quale racconta la sua esperienza nella guerra d’Africa e che sarà la prima e l’ultima narrativa di Flaiano, vince il Premio Strega. Nel suo Invito alla lettura Lucilla Sergiacomo sottolinea come la candidatura e la vittoria del premio indetto dai coniugi Bellonci fu "una mossa dell’editore per battere la produzione narrativa neorealista di sinistra, che faceva capo in quell’immediato dopoguerra a Moravia (…) e Flaiano finì con l’essere definito e ritenuto il candidato dell’intellighenzia liberale e della destra artistica e letteraria". Collocazione, questa, difficilmente contestabile, visto che è lo stesso Flaiano a certificare, nel più famoso dei suoi aforismi, che "se non si è di sinistra a vent’anni e di destra a cinquanta, non si è capito nulla della vita".
Il romanzo rispose perfettamente alle aspettative di Longanesi, vista la lettura tutt’altro che "realistica" che lo scrittore abruzzese compie dell’esperienza della guerra. La sua è "una storia esemplare di valore allegorico e dai toni visionari e simbolici". Tutti gli avvenimenti "reali" passano in secondo piano rispetto alla vicenda "interiore" del protagonista. L’evento bellico è solo, per dirla con la Sergiacomo, "uno spunto di partenza subito relegato al ruolo di palcoscenico della drammatica storia del protagonista". È lo stesso Flaiano a descrivere gli intenti del libro: "L’esperienza ci porta a scoprire quello che siamo noi veramente. Io credo che questo non sia soltanto drammatico, ma addirittura tragico". E conoscere se stessi è più importante che conoscere la realtà: l’uomo prevale sul contesto, senza strumentali insegnamenti moralistici e finalità propagandistiche.
Grande importanza ha anche il contributo che Flaiano ha dato al mondo del cinema. La sua prima collaborazione risale al 1942, come cosceneggiatore di Romolo Marcellini, ma la stagione più esaltante è senz’altro quella trascorsa affianco a Fellini, insieme al quale ha sceneggiato film che hanno fatto la storia stessa del cinema italiano. Basti pensare a: Lo sceicco bianco (1952), I vitelloni (1953), che gli procurò persino una nomination all’Oscar, La strada (1954), Il bidone (1955), Le notti di Cabiria (1957), La dolce vita (1960), Boccaccio ’70 (1962), Otto e mezzo (1963), Giulietta degli spiriti (1965). In questi film si sente forte l’impronta flaianea, più di quanto lo stesso Fellini abbia mai riconosciuto, tendendo piuttosto a sminuire tale apporto e rilasciando in più occasioni "valutazioni riduttive sul contributo di Flaiano alle sceneggiature", come registra la Sergiacomo. Nel considerare forte la rilevanza del contributo di Flaiano al prodotto finale di tali opere, la studiosa Cristina Bragaglia arriva a sostenere che la famosa storia de I vitelloni sia stata pensata e adattata non soltanto a Rimini, come si pensa comunemente, ma alla stessa Pescara e che il personaggio di Monaldo, il giovane irrequieto che vuole andar via dalla provincia, sia lo stesso Flaiano che parla di se stesso.
Rimane però il giornalismo la sua attività principale. Nei primi anni Cinquanta partecipa al progetto editoriale de Il Mondo di Mario Pannunzio, che era stato suo direttore già dalle prime collaborazioni sul settimanale Oggi e su Risorgimento liberale e che voleva creare una terza via laica e liberale tra democristiani e comunisti.
Flaiano vive questi anni di collaborazione con entusiasmo, qui può esprimere il suo "liberismo illuministico, individualistico e interiore", pur sapendo che la sua utopica idea di libertà non ha riscontri nella realtà politica del momento. Ne è consapevole al punto di non nascondere un certo compiacimento nel sottolineare che, in fondo, "lo sforzo, lo snobismo di Pannunzio era di fare un giornale che respingesse l’attualità. Io dicevo che stavamo facendo sempre il numero precedente".
E invece, suo malgrado, Flaiano è ancora oggi estremamente attuale e siamo certi che, se fosse vissuto per altri cent’anni ancora, non si sarebbe stancato di denunciare i vizi e le contraddizioni dell’italiano medio, sempre uguale a se stesso, come lo dipinge magistralmente in queste brevi righe: "I secoli hanno lavorato per produrre questo individuo di stanche ambizioni, furbo e volubile, moralista e buon conoscitore del codice, amante dell’ordine e indisciplinato, gendarme e ladro secondo i casi. Nazionalista convinto, vi dice come si doveva vincere l’ultima guerra e a chi si potrebbe dichiarare la prossima. Evade il fisco ma nei cortei patriottici è quello che fiancheggia la bandiera e intima ai passanti: "Giù il cappello!"".

domenica, novembre 05, 2006

LE RIFORME NEL CASSETTO


Le riforme nel cassetto. Perché in Italia il merito conta poco
«Preferisci un lavoro sicuro, anche se magari meno redditizio, oppure uno meno sicuro ma con migliori prospettive di reddito?». A questa domanda 6 giovani italiani su 10 rispondono di preferire quello sicuro anche se mal pagato. «Supponiamo che un’azienda attraversi un periodo florido e decida di aumentare gli stipendi: preferiresti aumenti uguali per tutti, a quelli che più ne hanno bisogno o a chi ha lavorato meglio?»: 4,4 su 10 rispondono o a tutti in egual misura o a chi ne ha più bisogno (da un’indagine di Renato Mannheimer spesso citata dall’on. Ds Nicola Rossi). Che futuro ha un Paese nel quale i giovani mostrano così poca audacia, così scarsa ambizione? Innanzitutto esiste un’ampia minoranza che vive in un mondo dove ciò che conta è il merito e l’eccellenza: sono gli studenti che da un paio d’anni hanno ricominciato a iscriversi alle facoltà scientifiche, i giovani imprenditori che vendono i loro prodotti lontano dall’Italia. Si sentono cittadini del mondo, ma basta un piccolo incentivo, una piccola delusione, per convincerli a emigrare. Se tra molti giovani prevale il timore per una società fondata sul merito è perché spesso si chiamano premi al merito quelli che in realtà sono premi all’anzianità. Negli uffici pubblici i cosiddetti «premi di produttività » sono assegnati non sulla base del merito (parola che i sindacati dei dipendenti pubblici hanno cancellato dal dizionario), ma dell’anzianità: così i più anziani, che spesso sono imeno produttivi, prendono di più. Meglio allora aumenti uguali per tutti che sono meno punitivi per i giovani di aumenti che confondono il merito con l’anzianità. Supponiamo di riuscire a correggere queste distorsioni: è davvero migliore un mondo in cui la discriminazione dipende dal merito? È desiderabile una società nella quale, come negli Usa e in Gran Bretagna, i differenziali salariali tra coloro che lavorano sulla frontiera della tecnologia e i comuni mortali, o semplicemente i meno fortunati, si allargano a vista d’occhio? La risposta dipende evidentemente dai valori in cui ciascuno crede. È legittimo obiettare alla discriminazione fondata sul merito (anche se io non conosco un sistema più equo), ma discriminare in base al merito è certamente meglio che discriminare in base al censo. In Italia il reddito dei genitori è ancor oggi più importante, nel determinare quello dei figli, di quanto non lo sia negli Usa. I giovani sono poco ambiziosi perché rischiare in Italia è più pericoloso che altrove. La nostra spesa sociale è quasi il doppio di quella inglese: 22,8% del pil contro il 14. E tuttavia tanto denaro pubblico fa poco per aiutare chi più ne ha bisogno. I programmi di welfare riducono il numero di inglesi a rischio di povertà dal 26 al 18%; in Italia dal 22 al 19. Siamo uno dei pochi Paesi avanzati in cui non esistono sussidi di disoccupazione accessibili a tutti. Risultato: chi ha un lavoro se lo tiene stretto, non pensa neppure a guardarsi attorno alla ricerca di opportunità migliori; i giudici reintegrano chi è licenziato perché la disoccupazione è un dramma e le imprese non assumono a tempo indeterminato, perché un errore può rivelarsi irreversibile. Nel 1997, all’inizio del suo precedente governo, Prodi affidò a una commissione illustre, presieduta dal prof. Paolo Onofri, il compito di rivedere i principi del nostro welfare. La commissione propose riforme radicali: dal giorno dopo divenne «figlia di nessuno » e di quelle proposte non si parlò più (e il prof. Onofri è stato tenuto ben lontano da questo governo). Ieri Prodi ha detto che la discussione sul welfare si aprirà a gennaio. Perché, anziché ricominciare a discutere, non invia ai suoi colleghi quel documento chiedendo se sono d’accordo?
Chiunque è web editor o web writer va alla ricerca della conoscenza del suo tempo per afferrare il senso del mondo, per sopravvivere nel mondo, forse per cambiarlo.
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