martedì, giugno 06, 2006

IL BANDO!!


"La Croce Celtica anche simbolo di ribellione al sistema partitocratrico. Una croce vincente, parallelamente alla conversione dei popoli alla dottrina di Cristo".
IL BANDO
Venne il guercio e mi disse: guarda sempre lontano se vuoi sperare. Il monco, prendeva le armi e le oliava per la sua battaglia mentre, lo storpio, stringeva i bulloni della sua gamba di legno e parlava con il muto della tattica migliore per vincere. Il sordo, saltava impazzito sentendo le trombe suonare e siamo partiti TUTTI.
Questo esercito grandioso di pazzi, di rifiuti e di straccioni. Mentre il sole baciava i nostri corpi desiderosi d'avventura e noi sputavamo sopra i giudizi comuni della gente!
Ladri, plagiati e maniaci, LEGGETE questo bando ed accorrete numerosi nelle nostre fila. Chi Vi ha ridotto così, finalmente, piangerà nel vederVI cambiati e pronti al riscatto. Noi li ringraziamo perchè mai, prima di arrivare a questo punto, avremmo avuto il coraggio di unirci.
P.S. Si ringrazia, altresì, S.F. per aver fatto pervenire in redazione questo "simpatico" documento.

lunedì, giugno 05, 2006

CHE CORAGGIO!


Il governo addossa ai cittadini il disavanzo delle spese sanitarie regionali
Come era da prevedersi il nuovo governo aumenterà la pressione fiscale, che già è alta e penalizza produttori e consumatori. Come prima mossa si apprende che i cittadini delle regioni che hanno un eccesso di spesa sanitaria saranno chiamati a inasprimenti fiscali con l'aumento dell'addizionale regionale dell'Irpef che dovrebbe passare dall'attuale 0,90% del reddito imponibile all'1,4% e le imprese dovranno sopportare un aumento dell'Irap. Sarà concessa alle amministrazioni regionali in rosso una moratoria per un mese per rimettersi in regola, cosa che sembra una pia illusione, tenuto conto dei tempi lunghi delle amministrazioni locali. Le regioni con deficit sanitari nel 2005 sono il Lazio con 1,8 miliardi di euro, la Campania (1,13 Mld), la Sicilia (0,62 Mld), la Liguria (0,25 Mld), l'Abruzzo (0,19 Mld), il Molise (0,08 Mld). Si tratta di regioni che, salvo la Sicilia, sono amministrate dal centro-sinistra. Il problema, però, non è tanto il rientro da un singolo disavanzo, quanto la diminuzione dell'incidenza della spesa locale sul totale delle spese della pubblica amministrazione.
Secondo i dati della Banca d'Italia, anche nel 2005 la spesa consolidata degli enti locali è risultata pari al 15,4 % del Pil, contro il 17,3% della spesa degli enti previdenziali, il 16,4% dell'amministrazione centrale al netto dei trasferimenti e il 48,5% sempre sul Pil per tutto il complesso dell'apparato pubblico dedotte le duplicazioni. Si tratta comunque di un dato provvisorio perché, giova ripetere, la contabilità degli enti locali lascia a desiderare per tempestività.
Una riduzione significativa della spesa degli enti locali potrebbe derivare con la diminuzione del loro numero. Nell'era della globalizzazione sembrano troppe 20 regioni, oltre 100 province e oltre 8000 comuni. Si tratta quindi di una pletora di consigli regionali, provinciali e comunali dalla cui riduzione la spesa pubblica potrebbe trovare sollievo. La riduzione del numero degli enti locali non significherebbe diminuzione dell'autonomia locale ma anzi un suo rafforzamento attraverso adeguate rappresentanze. Lo snellimento della burocrazia è un'altra via da seguire, del resto imposta dalla rivoluzione informatica.
Quando si dovevano istituire le regioni era prevista l'abolizione delle province, il cui numero, invece, è cresciuto nel tempo. È aumentato anche il numero dei comuni suddividendo il territorio provinciale in entità amministrative di piccole dimensioni, che però hanno tutti gli organi caratteristici dei comuni, come il consiglio comunale, il segretario comunale, ecc. e sovente assumono iniziative incompatibili con le loro dimensioni.
La riduzione del numero degli enti locali, regioni comprese, comporterebbe notevoli risparmi nell'ambito della pubblica amministrazione e, di conseguenza, il sistema economico sarebbe gravato da una minore pressione fiscale.

domenica, giugno 04, 2006

MA GLI ELETTORI ABRUZZESI LEGGONO QUALCOSA?


UNA REGIONE RIPIEGATA SU SE STESSA!

Il comunismo?
Per Saragat era la tragedia del proletariato.
E tante altre sono state le definizioni in questi ultimi decenni. La politica di chi ha cercato di sfamare i popoli ed invece ha affamato il mondo sta subendo un processo storico che qualcuno vorrebbe nascondere o spazzare via.
Soprattutto, con la "porchette" consumate voracemente dentro e fuori le "case - tribunale del popolo", in occasione, delle recenti vittorie "elettoral - plebiscitarie" conseguite in Abruzzo.
Inoltre, se non bastasse, utilizzando persino la ridicola "prassi matrimoniale", specificatamente, quella della busta portata a casa con gli "avanzi" da consumarsi preferibilmente in altra data previa scadenza.
Dicevamo, questa "prassi politica", purtroppo, e tutti ne sono più o meno consapevoli, è la finalizzazione (come da riscontro elettorale) di un consenso elettorale che deriva da un "voto clientelare" che consolida, conferma e garantisce: il "servil status quo".
Altresì, un "voto perpetuo", come nelle migliori tradizioni religiose, cinico e "cieco"a favore, sempre e comunque, dei cultori o cantori di Lenin, Stalin, Marx , Gramsci e della "falce e martello" che, da troppo tempo ormai, imperversano come i cataclismi, nella martoriata "terra dei forti e gentili" con i "metodi di persuasione"che tutti conosciamo e i "comitati d'affari" con funzioni di "controllo".
Un "affresco politico" a dir poco: triste!
Vi è stato un tempo in cui la politica, in Italia, ha avuto i caratteri dell'incubo. Quest'epoca di ferro non è durata poi molto, se si va a vedere. Dieci anni: fra il 1946 e il 1956; fra elezioni per la Costituente e i fatti d'Ungheria. Ma poco prima, dalle nostre parti, si erano consumate storie rosso sangue, stragi disumane, Portula, Schio. E, oltrecortina, il terrore dei gulag ha cambiato per sempre il volto dei paesi dell'Est. Qualcuno ha tentato, dopo il crollo del comunismo mondiale, con la democratizzazione e la decisione di liberarsi degli stereotipi del marxismo, di far luce su tutti quegli episodi che hanno sconvolto il mondo. Su crimini e misfatti stava calando definitivamente il sipario. Ma quando si comincia a fare i conti con la propria storia è molto difficile fermarsi a metà. E così, mentre nel mondo si continua a discutere chi fu in realtà Giuseppe Djiugasvili, detto Stalin, se quel magnifico georgiano di cui parlò Lenin o il tiranno sterminatore di contadini bollato come il grande criminale, un lucido stratega o un piccolo uomo precipitato nella vertigine della Storia, lo statista che seppe strappare la Russia alla sua condizione o la causa prima di tutti i mali che affliggono ancora oggi l'Est europeo, ho letto scrupolosamente, appassionatamente il testo dei giornalisti Armando De Simone e Vincenzo Nardiello che si intitola Appunti per un libro nero del comunismo italiano (Controcorrente, pagg. 317, lire 30.000). Uno squarcio che si riapre su un'epoca buia.
Per non dimenticare quelli che vengono considerati gli errori di Togliatti e di quanti altri come lui sono stati giovani comunisti stalinisti.Già, nell'Unione Sovietica era stato costruito il migliore dei mondi possibili. Sull'Unità era impossibile leggere una critica piccola, piccolissima al Paese del socialismo. A Mosca tutto era perfetto. Eppure, si sapeva tutto, dei gulag e di quanto altro ha combinato Stalin. E quando ci si trovava di fronte alla linguistica di Stalin, i comunisti italiani parlavano con vaghezza di infallibilità. Nonostante il Ritorno dall'Urss di André Gide era stato scritto. Così come Buio a mezzogiorno di Koestler era stato anche tradotto, letto e discusso abbondantemente. Ma probabilmente non furono compresi. Poi, la svolta di quanti hanno riformulato il loro rapporto con il comunismo e con lo stalinismo e sono andati avanti per la loro strada, dentro o fuori il Pci, ed oggi non si danno pace. Tormentati da ombre e fantasmi.
Ripercorrere una parte della storia del Pci attraverso ricerche storiografiche e documenti e valutarne gli esiti è stata senz'altro una esperienza irripetibile per gli autori di questo saggio ricco di spunti critici. Pagine da leggere voracemente, dall'intervista allo storico Stéphane Courtois, già noto per aver dato alle stampe il Libro nero del comunismo, agli eccidi dopo il 25 aprile, la strage di Portula e le vicende di "Gemisto", ovvero Francesco Moranino, raccontate da Giorgio Bocca nella sua Storia dell'Italia partigiana che, "dopo aver trascorso, dal 1941 al 1943, tre anni in carcere a Civitavecchia insieme a comunisti 'storici' come Pesenti e Scoccimarro per una condanna a dodici anni, fu liberato, tornò in Piemonte, divenne partigiano e scelse il nomignolo di 'Gemisto'". E che divenne deputato, a ventisei anni, nel 1946, nell'assemblea costituente. "Un caso esemplare della storia comunista in questo Paese. Il Pci, per salvare un proprio deputato, nominato sottosegretario alla Guerra, che si era macchiato di svariati omicidi durante la guerra partigiana ai danni d'altri partigiani 'bianchi', e per il quale la Camera aveva autorizzato l'arresto, prima lo fece scappare in Cecoslovacchia, dove esercitò l'incarico di commissario politico del Pci, poi, al momento dell'elezione di Saragat a presidente della Repubblica, contrattò i propri voti con la concessione della grazia presidenziale al fuggiasco". Il caso Moranino è raccontato con dovizia di particolari proprio come la strage del '45 nella prigione di Schio, ove un gruppo di ex partigiani uccise 53 detenuti accusati di collaborazione con i fascisti. Un altro eccidio dimenticato.
O le gesta della Volante Rossa, quel gruppo che, "nell'immediato dopoguerra a Milano, eseguì decine di 'condanne a morte'". Oppure, in perfetto stile staliniano, il gulag all'italiana, la "Cartiera" di Mignagola di Carbonera, in provincia di Treviso, "una piccola 'Auschwitz'… un campo di sterminio per fascisti o presunti tali, contro i quali un gruppetto di partigiani comunisti si accanì con una ferocia e una crudeltà raccapricciante: processi farsa, torture da enciclopedia delle perversioni, violenze d'ogni tipo, assassini ispirati dal più degradato sadismo, forni crematori, corpi straziati, buttati nel fiume, sciolti nell'acido o arsi nei forni della cartiera". Nel libro è riportato il racconto del senatore Antonio Serena, autore de "I giorni di Caino", che parla di Villa Dal Vesco, la "Villa degli orrori", dove "tutti i documenti dei prigionieri erano preventivamente distrutti dal 'tribunale del Popolo'". "Ad un prigioniero poliomielitico, prima di essere abbattuto a fucilate, fu imposto di arrampicarsi su di un mucchio di carbone". Poi, il delitto di Malga Bala, la strage del Monte Manfrei, in Liguria, "Quando i comunisti ammazzavano i sacerdoti", la questione di Trieste negli anni '43-'45, I morti di via Medina, a Napoli, e la preparazione del colpo di Stato, che prevedeva "la costruzione di campi di concentramento regionali per gli oppositori".Su quelle vittime, ancora oggi vi è un silenzio tombale, un oblio mortificante.
Nella seconda parte, c'è una accurata analisi di quella che fu definita la "Gladio Rossa", l'esercito clandestino del Pci, un apparato paramilitare. Poi, la persecuzione subita dai comunisti italiani in Unione Sovietica e "i benefici finanziari ottenuti dall'Urss grazie all'azione del Pci ai danni dell'Italia".Nella quarta parte, il dossier Mitrokhin, storia di "spioni" del Bel Paese al soldo sovietico. I giornali, soprattutto quelli di opposizione al centrosinistra a guida Ds, ne hanno parlato a lungo. "Divulgato in Italia nel mese di settembre '99 come l''apertura degli archivi segreti del Kgb', il rapporto consta di una serie di schede trascritte dall'archivista Vassilij Mitrokhin, definito dagli agenti inglesi come 'ex agente del Kgb attendibile ma parzialmente informato'". Seicentoquarantacinque pagine ricavate dagli appunti dell'ex funzionario della Lubianka con tutte le spie italiane nella rete rossa del Kgb, nomi e date della storia del nostro Paese dal dopoguerra al 1984. Sino alla sesta parte del libro, tra interviste ed interventi sull'argomento che il tempo, incredibilmente, sembra aver cancellato. E' terribile infatti pensare che queste storie lontane oggi non interessano nessuno. E il motivo è da ricercare anche nel comportamento dei funzionari del Pci alla fine degli anni Ottanta.Nell'89, a 68 anni dalla scissione di Livorno, il partito fondato nel 1921 da Gramsci e Bordiga, la forza politica che di lì a poco si chiamerà Pds, voleva chiudere al più presto possibile le polemiche sul comunismo, reale o nuovo, e sancire, con l'adesione all'Internazionale socialista, la sua collocazione nella sinistra democratica e riformista. Tuttavia, grazie anche a testi come "Appunti per un libro nero del comunismo italiano", il sangue della storia non è asciugato in fretta e, citando Goethe, è facile dire che l'altezza della quercia si misura quando è caduta. Da una parte quindi c'è stato il continuismo minoritario di quanti non se la sentono di riconoscere il fallimento storico del comunismo ed hanno coltivato l'illusione di salvare il salvabile temendo al tempo stesso che il Pci, rinunciando alla specificità che storicamente ha contraddistinto i comunisti dalle altre forze di sinistra, era destinato a perdere la propria ragion d'essere. Dall'altra invece c'è stato un continuismo di segno opposto, che ha trovato largo credito nel nuovo gruppo dirigente, secondo cui il partito di Gramsci e di Togliatti sarebbe stato fin dall'inizio sostanzialmente diverso dai suoi confratelli e pertanto, attestandosi successivamente su posizioni socialiste e riformiste non avrebbe fatto altro che sviluppare la sua vocazione originaria. L'ondata di piena che ha travolto argini che sembravano indistruttibili non poteva essere ignorata dal Pci. Achille Occhetto, di fronte alla catastrofe, al crollo del comunismo sovietico e del suo simbolo, il Muro di Berlino, annunciò nuove proposte e nuovi progetti. Il Pci cambiò nome, lasciando però invariata la sostanza del suo modo di essere. Il vecchio nome rappresentava la memoria di sé, una memoria che non poteva essere cancellata. Come i crimini dopo il 25 aprile. Ma l'essere comunisti allora, in quegli angosciosi e lunghissimi anni, era cosa incomparabilmente diversa dall'essere comunisti oggi, o dall'esserlo stati ieri, ai tempi di Cuba e del Vietnam. L'essere comunisti allora significava credere in modo assoluto nella innegabile grandezza di Stalin e nella intelligenza infallibile di Togliatti, che adesso qualcuno vorrebbe dimenticare, magari rifacendosi al tavolo da gioco. Ora i compagni che sino a ieri l'altro alloggiavano in via delle Botteghe oscure passano le giornate ad odiare il loro passato, pensando a cose simmetricamente opposte a quelle che hanno pensato allora. Con la stessa fermezza di un tempo. E sono tutti in prima fila, tutti in cattedra di anticomunismo. Niente da stupirsi, di fronte a questo exploit del trasformismo italico. Ci hanno ripensato, ed ora citano Torquato Tasso: "Ché nel mondo mutabile e leggero, costanza è spesso il variar pensiero". Li ritroviamo tutti nei posti di comando, nei giornali e nelle televisioni, storici, filosofi, giornalisti, musicisti di lunga e salda fede comunista, obbedienti alla ragion di partito comunista mentre ci spiegano con un bell'impeto da facce di piperno che Stalin era cattivo, che l'Urss era l'ultimo impero coloniale da abbattere. Hanno trasformato, con gelida raffinatezza, in una ragione di vita la specialità a non vedere mai il mondo come è, ma a stravederlo sempre in funzione di una chiesa. Sosteneva un vecchio proverbio cinese: "Quando bevi acqua, ricordati della fonte". I comunisti italiani lo hanno forse dimenticato.
La vita è strana, il destino è incredibile, e segue delle traiettorie impensabili, dicono quando si parla della loro storia, piena di zone oscure. Ecco perché il libro di De Simone e Nardiello ha un grande merito: ci porta a ragionare in modo pragmatico, a vedere il comunismo come è. E soprattutto come è stato.
Chiunque è web editor o web writer va alla ricerca della conoscenza del suo tempo per afferrare il senso del mondo, per sopravvivere nel mondo, forse per cambiarlo.
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