sabato, giugno 03, 2006

DICIAMO BASTA ALL'ITALIA STATALISTA!


Votiamo «Sì» al referendum
Seppur sia passato in sordina, schiacciato prima dall'assordante campagna elettorale per le politiche e poi dagli echi delle amministrative, fra pochi giorni saremo chiamati ad un importante appuntamento elettorale. Il 25 e il 26 giugno, in data non favorevole ad un'alta affluenza, noi italiani decideremo delle sorti dell'assetto costituzionale del nostro Paese, esprimendo il nostro consenso o dissenso alla riforma della Casa delle Libertà, così come prevede l'istituto del referendum confermativo. Nonostante si tratti di un appuntamento poco enfatizzato, inciderà notevolmente sulla vita politica italiana, comportando, in caso di un risultato favorevole, un ammodernamento in termini organicità e di snellezza dell'apparato dello Stato e venendo a risolvere i lampanti e numerosi problemi, frutto anche di grossolane sviste e disattenzioni, figli della legge costituzionale 3 del 2001, con cui la sinistra italiana, dopo l'insuccesso della Bicamerale, modificò il testo costituzionale.
La riforma proposta dal Governo Berlusconi e approvata dalla sua maggioranza è nata con l'intendimento di porre rimedio alle annali questioni patologiche da cui è afflitto l'ordinamento italiano. Lo scopo era quello di disegnare un sistema che permettesse interventi legislativi efficaci e mirati in tempi brevi, in modo da consentire alla maggioranza eletta popolarmente di poter intervenire con tempismo e con provvedimenti utili e ponderati al crescere e al mutare della società. In tal senso, le soluzioni proposte con la legge di riforma costituzionale della Casa delle Libertà sono le uniche percorribili ad iniziare dalla riduzione del numero dei parlamentari, per proseguire con una differenziazione del ruolo e dei compiti delle due camere, mettendo così fine a quel bicameralismo perfetto che si rendeva necessario a garantire il perdurare del sistema repubblicano nel dopo guerra, ma che oggi non a più ragione d'essere, configurandosi solo come un impedimento ad un buon governo.
Non solo, in una concezione politica più avanzata, la nuova riforma garantisce il reale alternarsi di maggioranza e opposizione, venendo a limitare le possibilità di trasformismo e, dunque, il formarsi di esecutivi e maggioranze che non tengano conto del consenso elettorale. Idem per quanto concerne la stabilità. La prassi parlamentare sino al '94 - quando per la prima volta nella storia italiana Silvio Berlusconi ebbe il coraggio di proporsi quale reale altra possibilità rispetto alla partitocrazia e alla prassi del compromesso e delle ripartizioni delle poltrone a tavolino - vedeva il ciclico instaurarsi di nuovi Governi con scadenze mediamente di dieci mesi e tutte le negative conseguenze del caso: un immagine internazionale debole, l'incapacità di attuare riforme. La legge costituzionale che saremo chiamati ad approvare consente invece che quel cambiamento operato dal leader della Casa delle Libertà quando ebbe la forza di imporre il bipartitismo, a sfregio degli interessi personali di una classe politica statica e vecchia, venga istituzionalizzato e recepito a livello costituzionale. Affida inoltre maggiori poteri e responsabilità al Presidente del Consiglio affidandogli il diritto di nomina e revoca dei Ministri del cui operato risponde.
Infatti, la concezione che sta alla base della riforma della Casa della Libertà è da un lato quella di garantire una effettiva capacità di azione ad un Presidente del Consiglio scelto internamente alla coalizione che vince le elezioni e che, se non convincerà con la sua azione, sarà mandato a casa al turno elettorale successivo; dall'altro di essere più vicini alle diverse esigenze dei singoli territori in un'ottica di sussidiarietà compiuta. Ecco allora il Senato federale, i cui membri rappresenteranno a Roma le esigenze e le istanze delle comunità locali consentendo di indirizzare gli investimenti dello Stato, aumentandone efficienza e riducendo gli sprechi. E' per questi motivi che sarà fondamentale recarsi alle urne nonostante il caldo, il sole, o il mare per compiere con coscienza e responsabilità il nostro dovere di cittadini, per non lamentarsi a posteriori, oltre i tempi massimi, di una decisione che è a noi affidata.

POPOLI: IL PLEBISCITO "ROSSO" DEL POTERE SINDACALE E CLIENTELARE.



POPOLI
Il "comodo" bis di Emidio Castricone
Quasi tremila voti, il 78 per cento, premiano il candidato ulivista
POPOLI - Emidio Castricone è di nuovo sindaco di Popoli. Il candidato diessino è stato confermato con consensi da plebiscito: 2915 consensi contro gli 809 del suo avversario storico: Mario Lattanzio, leader di una coalizione di centrodestra. Più di duemila voti di scarto che in percentuale fanno più del 78 per cento. Anche questa volta il vulcanico Castricone ha fatto il pieno di consensi. In una competizione il cui risultato sembrava scontato sin dall'inizio, l'unica novità è l'elezione di una donna a palazzo San Domenico. E' l'Avv. Maria Laura Morì e siederà sui banchi della minoranza: la prima donna dopo tre tornate amministrative in cui il governo della città è stata una questione per soli uomini. La Morì è stata scelta dagli elettori di centrodestra tra una rosa di cinque candidate. Non ce l'ha fatta, invece, l'unica donna in lista con Castricone. Quasi tutti confermati, invece, i consiglieri uscenti. Tra gli esclusi anche Attilio Di Camillo. La conferma di Castricone ieri è stata salutata da una grande folla. Nell’euforia il sindaco ha trovato anche il tempo per fare un salto a Bussi a congratularsi con il suo collega Marcello Chella. Castricone succede a se stesso «per continuare la coraggiosa azione politica per creare ulteriore benessere per la città». Una città che vorrebbe trasformare in città-giardino: si chiama così il piano di riqualificazione di verde urbano al quale tiene particolarmente. Emidiano Castricone festeggia e Mario Lattanzio incassa la sconfitta sportivamente. Per i prossimi cinque anni sarà di nuovo sui banchi della minoranza. Un’opposizione pacata e nel rispetto dei ruoli, senza tuttavia fare sconti come a proposito dei ”debiti del Comune” che non gli vanno proprio giù. I consiglieri eletti. Per la maggioranza: Filippo Colangelo, Giovanni D’Addario, Vincenzo Davide, Sergio Della Rocca, Ezio Di Cristoforo, Marco Di Stefano, Franco Diodati, Concenzio Galli, Alfredo La Capruccia, Artemio Laratta, Amedeo Natale. Per la minoranza: Mario Lattanzio, Frediano Cafarelli, Maria Laura Morì, Roberto Salari, Cristian Salutari. In conclusione Massimo Sfamurri, segretario dei ds, esulta per l’affermazione della Quercia e dell’Unione in provincia.

L'ABRUZZO "ROSSO" FA ACQUA DA TUTTE LE PARTI!



Storia di Donato Di Matteo, dell'Ato e dell'Acae di un metodo originale per moltiplicare cariche e prebendePescara, ecco il partito dell'acquapoltrone e indennità per il ds rampante
PESCARA - Il partito dell'acqua non ha uno statuto, ha molte sedi ma non ha un simbolo. Organi collegiali, un segretario, un gruppo dirigente, molti elettori. In Abruzzo è iniziata la sperimentazione, al pari della pillola abortiva, di questa nuova idea di formazione politica transpartitica, che vive e prospera e conta poltrone e indennità di riguardo, elargisce consulenze e posti di lavoro, decide grandi appalti, muove molti soldi. Un nuovo e moderno sistema del potere che corresu una strada parallela a quella dei partiti tradizionali.Per dire, alle scorse elezioni regionali il candidato più votato dei ds (e l'unico eletto) è stato Donato Di Matteo, un omone che ha rastrellato dodicimila voti di preferenza, e tra queste montagne dodicimila voti sono davvero tanti, con una campagna elettorale spettacolare e potente. Di Matteo alla Regione è giunto anche grazie all'impegno profuso in qualità di presidente dell'Aca, l'azienda pubblica che gestisce la distribuzione dell'acqua in sessanta comuni della provincia di Pescara.In Abruzzo, ecco la novità, l'erogazione di un servizio essenziale come la distribuzione dell'acqua potabile ha permesso la creazione di una rete politica alternativa a quella ufficiale e un ceto dirigente che cresce nelle sale riunioni dei consigli di amministrazione e poi si afferma nell'urna, al momento del voto.Gli abruzzesi hanno scoperto prima e meglio di tutti gli altri, che si possono fare affari politici d'oro caricando sulle spalle di SpA le ambizioni di una carriera altrimenti precaria. Aiuta il contesto. Pescara, la città di Flaiano, è ricca di commerci e di pretese. Ha il più alto indice di beauty center e palestre per abitante, un conto in banca assai rispettabile e la certezza che qui in pianura si fanno più cose e meglio che nel resto del mondo, e per mondo si intendono le montagne dell'Abruzzo.A Pescara, città piatta come la sogliola, hanno subito capito che la fantasia può portare lontano. E così, quando per legge è stato imposta la privatizzazione dei servizi, si son fatti venire un'idea, questa idea. Morti i consorzi di bonifica, sono stati costituiti gli Ato, sigla che sta per Ambito territoriale ottimale. Per legge l'Ato raccoglie un territorio omogeneo, è una forma di consorzio obbligatorio cui i comuni devono aderire per "fare sistema": condividere la rete idrica e ottimizzare i costi di distribuzione.In Abruzzo ci sono sei Ato, uno dei sei raggruppa la provincia di Pescara e il comune di Chieti. E' un parlamentino formato dai sindaci di sessanta comuni che deve provvedere ad affidare a un gestore privato il servizio di cura e manutenzione della rete.Un privato? Anno 2001, governo Berlusconi, emendamento alla Finanziaria. Con l'aiutino del centrosinistra viene approvato un comma che aggiorna in extremis il senso della "privatizzazione" e stabilisce che - certo - si può affidare tramite gara d'appalto europea la gestione, ma tale servizio può essere svolto, se esiste, da una società a intero capitale pubblico. Gli abruzzesi, i più svegli, capiscono subito la fortuna che è loro capitata e così l'Ato genera una SpA a intero capitale pubblico, cioè l'Aca. C'è l'Aca e dunque, a norma di legge, l'affidamento del servizio si può decretare "in house". House, casa. Senza gara, tutto fatto in casa. E' un'idea bella due volte perché non soltanto non bisogna fare l'appalto, ma si raddoppiano i consigli di amministrazione, si raddoppiano le poltrone e i compensi.La privatizzazione dell'acqua a Pescara come altrove diviene - in house - realtà. A dirigere l'Aca c'è un diessino, a consigliare vengono chiamati i segretari o i leaders locali dei partiti del centrosinistra: dei Ds, della Margherita e dello Sdi. Uno strapuntino è offerto anche alla Casa delle libertà. E' bellissimo: con l'acqua si guadagna un bel gruzzolo al mese, cinquantamila euro l'anno l'indennità media di consigliere, e si fanno cose che altrimenti mai si sarebbero potute fare. La prima e più importante: quando devi assumere qualcuno non c'è bisogno di indire un concorso.E dunque, ammesso che si hanno cattive intenzioni, non c'è bisogno nemmeno di sforzarsi per taroccarlo. Assunzioni dirette. Tu vieni e tu no. A te uno stage di un anno, a te un contratto per sei mesi. Pianta organica a fisarmonica e via col liscio. Poi, seconda cosa bella, la capogruppo può generale altre società, altri presidenti, altri consigli di amministrazione, altri revisori dei conti. Si chiamano enti strumentali. Per far bere ai pescaresi un'acqua ancora più buona, si decreta la nascita di tre società modello: Hydrowatt Abruzzo, Idros e Aca Service. Chi si occupa delle bollette, chi dei depuratori, chi dell'approvvigionamento. Bellissimo davvero.L'Aca è forte, e benché la sua rete sia un colabrodo e perda ogni giorno durante il tragitto dalla sorgente alle case quasi il 56 per cento del suo originario carico, decide di portare l'acqua anche in Africa, in Burkina Faso. E' una campagna di solidarietà promossa con la Fondazione Abruzzo Riformista. Certo, il presidente dell'Aca è anche il presidente della Fondazione. Riformista è il leader diessino. Ma cosa c'entra?Intanto si lavora. Ci sono piccoli incidenti di percorso: l'Aca sbaglia un numero spropositato di bollette, e anche il piano industriale, per restare al tema, fa acqua. Il management, che col tempo si affida a un personale sempre più qualificato (assunti, tra gli altri, il fratello del vicesindaco di Pescara, il cognato di un assessore del capoluogo, il figlio del sindaco di Popoli, la moglie di un consigliere di amministrazione) inizia a individuare strade nuove per l'approvvigionamento finanziario. L'Aca non solo perde acqua ma perde anche soldi. Con un fatturato di trenta milioni di euro, quindici sono i debiti verso fornitori e banche. La politica, che qui diviene impresa, ha bisogno di soldi per fare investimenti. Bussa alle banche. Decide per la via più breve e più efficace: chiede e ottiene uno scoperto di conto corrente. Sull'unghia raccoglie quattro milioni di euro che servono per le spese. I mutui, certo, sarebbero la forma di finanziamento più adatto. Ma la pratica comporta tempi lunghi. Il riformismo di sinistra ha bisogno di essere veloce, di fare prima di pensare.E, infatti, quando arriva il tempo delle elezioni regionali un grande slogan bussa alle case pescaresi: "Le idee in pratica". E' il motto del candidato dei Ds che, abbandonata la carica di presidente dell'azienda, decide di fare il gran salto al consiglio regionale. Garantisce: "Sarò il nuovo assessore alla Sanità".All'Aca c'è un subbuglio: al presidente uscente, il diessino Di Matteo, succede un revisore dei conti, il diessino Bruno Catena. Il leader della Margherita si ferma alla presidenza dell'Ato, un consigliere diessino viene trasferito al comune capoluogo e fatto assessore. Il segretario socialista resta fermo nel consiglio di amministrazione. La campagna elettorale è altamente spettacolare, il nuovo leader dell'Abruzzo riformista è potente e concreto. Ama la forchetta, infatti pesa oltre un quintale, e le maniere spicce. I sindaci dell'Ato, i sindaci rossi del parlamentino dell'acqua, si raccolgono in uno spot elettorale di sostegno del beniamino. Venti comitati elettorali, pirotecnici ma efficaci. Dodicimila voti, primo degli eletti diessini.Il centrosinistra vince in Abruzzo, Ottaviano Del Turco ne è il presidente, la destra è fermata. Fassino è contento e mette piede a Chiedi, per un comizio. Gli si fanno incontro i sindaci, la nuova leva riformista. Nel gruppo la stazza di Di Matteo. I sindaci lo circondano. E' gente di montagna, dai modi sinceri ma ruvidi. Gli intimano: "Cossù adda fa l'assessore". Fassino rivolto al segretario regionale: "Cosa vogliono, non li capisco". Di Matteo deve fare l'assessore alla Sanità. Il segretario torna a Roma e si documenta. C'è qualcosa che non va, Di Matteo è promosso capogruppo al consiglio. Lui del resto è l'unico eletto.Avrà un'indennità aggiuntiva ma niente assessorato. Di Matteo non capisce e non si adegua: "Questi sono abituati alle parole, io sono uno concreto. Mi hanno messo in un posto che non mi piace, se mi rompo i coglioni...".

UNA SINISTRA SENZA VERGOGNA E IN BARBA AI CITTADINI ABRUZZESI!



La denuncia del centrodestra. Da 1000 a 1500 euro di maggiorazione sulle spese di rappresentanza.
Ma i consiglieri si aumentano i compensi
Il nuovo ufficio speciale del presidente con un direttore super retribuito, ma pure i mille euro mensili in più ai consiglieri regionali sono stati al centro dell'infuocata conferenza stampa del centrodestra che ieri ha bocciato anche la cessione della piscina delle Naiadi per incassare subito 36 milioni di euro e dare fiato alle asfittiche finanze della Regione. Tutte decisioni prese nel Consiglio regionale di martedì scorso, con l'opposizione sulle barricate. «Chiederemo al ministro delle Politiche regionali la revoca del provvedimento inserito di soppiatto nell'ordine del giorno con un sub emendamento di cui non si conoscono bene i contenuti». Alla minaccia di Fabrizio Di Stefano di An, si sono uniti gli altri esponenti del centrodestra: Domenici (Udc), Pagano (Fi), Bruno Di Paolo (Dc), Castiglione (An), Amicone (Udc). «Si va avanti a forza di blitz- hanno detto Castiglione e Pagano dal momento che non sappiamo bene che cosa è stato approvato, e non lo sanno nemmeno molti consiglieri della maggioranza». Nel mirino soprattutto il nuovo ufficio speciale del presidente Del Turco e il suo direttore generale, una figura che secondo Di Stefano è stata ritagliata apposta per sistemare Lamberto Quarta, il coordinatore regionale della Rosa nel pugno (il partito del governatore) rimasto sinora senza un ruolo preciso nell'ambito dell'esecutivo. «Da quel poco che si è riusciti a capire- spiega Di Stefano- il nuovo ufficio del presidente accorpa segreteria e gabinetto. Al vertice è previsto un responsabile a cui è assegnata la retribuzione di un direttore generale e che verrà scelto in base ad un curriculum. Come dire che non serve neppure la laurea. Insomma un incarico che pare fatto apposta per Lamberto Quarta. Anche gli altri dirigenti dell'ufficio saranno assunti con gli stessi criteri». Accuse anche dai dipendenti della giunta regionale che hanno confermato lo stato d'agitazione, accusando sia l'esecutivo sia il Consiglio di aver fatto tutto in barba alla concertazione e ai sindacati. Bocciati dal centrodestra anche i mille (o forse 1.500) euro in più per le spese di rappresentanza dei 40 consiglieri regionali, la cui copertura finanziaria verrebbe assicurata dalla legge sui portaborse, una legge che deve però essere rifinanziata. Nel mirino dell'opposizione anche l'operazione finanziaria sull'impianto sportivo delle Naiadi a Pescara. «"Si tratta di una cessione temporanea per 10 anni- ha spiegato Castiglione- a cui la giunta ha fatto ricorso per fare cassa: circa 36 milioni di euro che dovranno essere restituiti con gli interessi. Diversamente alla Regione- ha aggiunto l'ex assessore al Bilancio- non sarebbe stato possibile smobilizzare altri 72 milioni che dovrebbero entrare nelle sue casse con la vendita di altri immobili di sua proprietà. Insomma, una manovra di bilancio aggiuntiva in piena regola, che testimonia come la legge di bilancio approvata alla fine del 2005 non sia stata altro che una scatola vuota, una mera finzione».

E IO PAGO!!!



Tasse, quasi 200 euro in più a famiglia
La Regione ritocca Irpef e Irap. Il ministro: un mese per mettersi in regola.
PESCARA - Tutta colpa del deficit della sanità, un buco profondo 250 milioni di euro del 2005 che i vecchi manager per mesi hanno tentato di nascondere. Haivoglia a metterci le pezze: ieri a mezzanotte è scattata la sanzione e l’Abruzzo è finito nella lista nera del ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa in compagnia di altre cinque regioni (Liguria, Lazio, Molise, Campania e Sicilia). A farne le spese naturalmente i cittadini: per tutti, da ieri, aumenti automatici dell’Irpef che passerà dallo 0,9 per cento all’1,4 per cento e dell’Irap, dal 4,25 al 5,25. Per tutti, senza differenza: a pagare saranno indistintamente quelli che guadagnano 500 euro e quelli che in tasca se ne mettono cinquemila. Si calcola un aumento di tasse di 180 euro l’anno per una famiglia che guadagna tremila euro al mese. Le sei regioni-pecore-nere non sono riuscite a presentare entro la fine di maggio un piano di risanamento per ridurre il deficit e inutilmente hanno chiesto al ministro della Sanità Livia Turco una proroga per prendere tempo: niente, ha prevalso la linea del rigore. Colpa del precedente governo di centrodestra si giustificano alla Regione, colpa dei vecchi manager che nei bilanci trimestrali hanno presentato cifre ottimistiche per non dire altro. E quando alla fine dell’anno i nuovi direttori generali hanno scoperchiato le pentole, i conti reali hanno evidenziato un buco da 250 milioni di euro ma era troppo tardi. Così il piano di risanamento, la ristrutturazione della rete ospedaliera e i tagli alla spesa farmaceutica messi in cantiere dall’assessore alla Sanità Bernardo Mazzocca produrranno i primi effetti tra un paio di anni, tanto che la Regione prevede di arrivare al pareggio di bilancio nel 2008, e questo significa che gli aumenti delle tasse resteranno in vigore almeno per altri tre anni. Come da copione: è stata la finanziaria 2005 a stabilire che in caso di disavanzo del bilancio della Sanità, le Regioni avrebbero dovuto ripianare il debito usando misure fiscali adeguate o stornando somme da altri capitoli di bilancio entro il 30 aprile. La finanziaria 2006 ha rincarato la dose stabilendo che il presidente della Regione viene nominato commissario ad acta nel caso in cui il piano non è adeguato, ed entro la fine di maggio l’opera di risanamento deve essere conclusa. In caso contrario sarebbero scattati gli aumenti delle tasse. Così è avvenuto in Abruzzo. Ma non era possibile correre ai ripari prima? «Avevamo poco tempo a disposizione - si giustificano alla Regione - e i bilanci trimestrali dei vecchi manager ci hanno indotto in errore, anche se eravamo consapevoli che le cifre non erano veritiere». E se i vecchi direttori generali hanno pagato col licenziamento grazie allo spoil system (l’unico sfrattato dal tribunale è stato Catalano della Asl di Avezzano), sono i cittadini adesso a rimetterci di tasca propria. Ma in serata il ministro, dopo le proteste delle Regioni, concede una via di fuga: le tasse aumentano ma se entro un mese gli assessorati presenteranno piani credibili, potranno essere disattivate. «Il governo regionale, in perfetta sintonia col governo Prodi - spiega Mazzocca - intende portare l’Abruzzo alla stabilità economica ma a fronte del necessario rigore, garantirà il miglioramento dei servizi sanitari aiutando l’Abruzzo ad entrare nel nucleo delle regioni virtuose». I costi della sanità del 2005, spiega l’assessore, sono stati influenzati da «accantonamenti, come i contratti del personale dipendente e da spese degli anni precedenti». Ma gli aumenti delle tasse potrebbero essere transitori: «Abbiamo messo a punto misure straordinarie di risanamento dei conti, e chiesto a Roma un tavolo tecnico-politico per la sottoscrizione dell’accordo necessario per liberare le quote residue del fondo sanitario nazionale rimaste congelate dal 2001 al 2005, che ammontano a circa 672 milioni di euro». Nel frattempo pagheranno tutti allo stesso modo, poveri e ricchi. Una cosa almeno la Regione Abruzzo avrebbe potuto farla: dosare gli aumenti in base al reddito, così come hanno fatto le Marche dove paga l’Irpef solo chi guadagna più di trentamila euro l’anno. Ma evidentemente era troppo impegnata ad aumentare i compensi dei consiglieri regionali.
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