domenica, novembre 05, 2006

LE RIFORME NEL CASSETTO


Le riforme nel cassetto. Perché in Italia il merito conta poco
«Preferisci un lavoro sicuro, anche se magari meno redditizio, oppure uno meno sicuro ma con migliori prospettive di reddito?». A questa domanda 6 giovani italiani su 10 rispondono di preferire quello sicuro anche se mal pagato. «Supponiamo che un’azienda attraversi un periodo florido e decida di aumentare gli stipendi: preferiresti aumenti uguali per tutti, a quelli che più ne hanno bisogno o a chi ha lavorato meglio?»: 4,4 su 10 rispondono o a tutti in egual misura o a chi ne ha più bisogno (da un’indagine di Renato Mannheimer spesso citata dall’on. Ds Nicola Rossi). Che futuro ha un Paese nel quale i giovani mostrano così poca audacia, così scarsa ambizione? Innanzitutto esiste un’ampia minoranza che vive in un mondo dove ciò che conta è il merito e l’eccellenza: sono gli studenti che da un paio d’anni hanno ricominciato a iscriversi alle facoltà scientifiche, i giovani imprenditori che vendono i loro prodotti lontano dall’Italia. Si sentono cittadini del mondo, ma basta un piccolo incentivo, una piccola delusione, per convincerli a emigrare. Se tra molti giovani prevale il timore per una società fondata sul merito è perché spesso si chiamano premi al merito quelli che in realtà sono premi all’anzianità. Negli uffici pubblici i cosiddetti «premi di produttività » sono assegnati non sulla base del merito (parola che i sindacati dei dipendenti pubblici hanno cancellato dal dizionario), ma dell’anzianità: così i più anziani, che spesso sono imeno produttivi, prendono di più. Meglio allora aumenti uguali per tutti che sono meno punitivi per i giovani di aumenti che confondono il merito con l’anzianità. Supponiamo di riuscire a correggere queste distorsioni: è davvero migliore un mondo in cui la discriminazione dipende dal merito? È desiderabile una società nella quale, come negli Usa e in Gran Bretagna, i differenziali salariali tra coloro che lavorano sulla frontiera della tecnologia e i comuni mortali, o semplicemente i meno fortunati, si allargano a vista d’occhio? La risposta dipende evidentemente dai valori in cui ciascuno crede. È legittimo obiettare alla discriminazione fondata sul merito (anche se io non conosco un sistema più equo), ma discriminare in base al merito è certamente meglio che discriminare in base al censo. In Italia il reddito dei genitori è ancor oggi più importante, nel determinare quello dei figli, di quanto non lo sia negli Usa. I giovani sono poco ambiziosi perché rischiare in Italia è più pericoloso che altrove. La nostra spesa sociale è quasi il doppio di quella inglese: 22,8% del pil contro il 14. E tuttavia tanto denaro pubblico fa poco per aiutare chi più ne ha bisogno. I programmi di welfare riducono il numero di inglesi a rischio di povertà dal 26 al 18%; in Italia dal 22 al 19. Siamo uno dei pochi Paesi avanzati in cui non esistono sussidi di disoccupazione accessibili a tutti. Risultato: chi ha un lavoro se lo tiene stretto, non pensa neppure a guardarsi attorno alla ricerca di opportunità migliori; i giudici reintegrano chi è licenziato perché la disoccupazione è un dramma e le imprese non assumono a tempo indeterminato, perché un errore può rivelarsi irreversibile. Nel 1997, all’inizio del suo precedente governo, Prodi affidò a una commissione illustre, presieduta dal prof. Paolo Onofri, il compito di rivedere i principi del nostro welfare. La commissione propose riforme radicali: dal giorno dopo divenne «figlia di nessuno » e di quelle proposte non si parlò più (e il prof. Onofri è stato tenuto ben lontano da questo governo). Ieri Prodi ha detto che la discussione sul welfare si aprirà a gennaio. Perché, anziché ricominciare a discutere, non invia ai suoi colleghi quel documento chiedendo se sono d’accordo?
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