sabato, novembre 11, 2006

CULTURA: ENNIO FLAIANO



Ennio Flaviano
il grande incompreso


"Giornalista e sceneggiatore, autore anche di un romanzo, Tempo di morire (concediamo a quest’ipotetica enciclopedia una citazione inesatta). Scrittore minore satirico nell’Italia del Benessere". Così Ennio Flaiano, intervistato nel 1972 da Il dramma, pochi mesi prima della morte, che sopraggiungerà il 20 novembre per infarto, si definisce una immaginaria enciclopedia "del 2050".
Autore raffinato e corrosivo, in questa autodefinizione sfoggia un concentrato della sua caratteristica quanto sferzante di ironia, questa volta applicata a se stesso, ma anche la fiera consapevolezza di un intellettuale versatile e controcorrente che scriveva "per non essere incluso". Lucido, disincantato e spietato osservatore del costume italiano, rimane ancora oggi, a trent’anni dalla morte, un grande incompreso, troppo spesso semplicisticamente ritenuto uno scrittore umorista tout court e come tale considerato trascurabile e di poca importanza. Niente di più fuorviante. Flaiano è stato senz’altro uno dei protagonisti più significativi del Novecento culturale italiano, avendo contagiato con il suo stile e il suo talento, oltre che la letteratura, anche il cinema, il teatro e persino la televisione. Per rendersene conto basta scorrere le pagine del poderoso tomo che Bompiani ha appena mandato in libreria e che ripropone le numerose opere postume del grande abruzzese (lo stesso editore ha in ristampa la raccolta dei volumi che lo scrittore pubblicò in vita e che rappresentano una minoranza delle sue opere, sei contro le quattordici postume).
Se è vero, come in un celebre aforisma scrive lo stesso Flaiano, che "quando un autore muore, i suoi libri e sua moglie non interessano più, per un po’ di tempo", ultimamente le sue opere sono tornate ad appassionare molti lettori, così come l’anziana vedova è stata recentemente contattata dal Sindaco di Pescara per ottenere la restituzione alla città abruzzese delle spoglie dell’illustre concittadino. E certamente Flaiano è sempre rimasto integralmente abruzzese, anche se la sua dannunziana Pescara era una città diversa dall’attuale. Era un paese "di cinquemila abitanti", quello i cui nacque il 5 marzo di un "1910 così lontano e pulito che mi sembra un altro mondo". Si trasferisce a Roma, dodicenne, nel 1922, viaggiando insieme ai fascisti che stavano facendo la loro marcia. Nei primi anni romani Flaiano è un fiume in piena, inizia a frequentare gli ambienti teatrali d’avanguardia e acquisisce i primi rudimenti per la sua attività di scenografo con il Teatro degli indipendenti di Anton Giulio Bragaglia.
Esordisce nel giornalismo nel 1933 e, in quarant’anni di attività, scrive più di mille articoli per un’infinità di testate che sarebbe pressoché impossibile ricordare, tanto è interminabile l’elenco. Si occupa di satira di costume, di critica letteraria, cinematografica e teatrale. Interrompe gli studi in Architettura per partire, come sottotenente, per la guerra d’Abissinia, che lo impegna dall’ottobre del 1935 al novembre del 1936. L’esperienza bellica lo allontana definitivamente dal fascismo: "Una guerra, cui ho preso parte e che mi ha portato ventiquattrenne a ripudiare il fascismo e a desiderare che la cosa finisse, brutalmente, nella sconfitta". La scelta di fare il critico cinematografico è senz’altro dettata dalla passione per il cinema, cui attribuisce una particolare facilità comunicativa, in un momento in cui "non si leggono più libri", ma è anche il pretesto per "parlare d’altro". Il critico cinematografico, così come lo intende Flaiano "era uno che non capiva niente di cinema ma andava al cinema e faceva il pezzo sul cinema parlando d’altro. Era l’unico modo per protestare contro il fascismo".
Altrettanta distanza prende dall’antifascismo, in particolar modo da quello rivoluzionario comunista e dalla detestata pletora degli scrittori che, superfascisti durante il fascismo, andavano convertendosi al nuovo dogma improvvisandosi antifascisti. "Tizio, dall’8 settembre, fa lo "scrittore di sinistra". Ossia s’interessa soltanto di personaggi umili e salariati, che descrive come può, con una certa retorica all’americana, cercando umilmente la loro simpatia". Flaiano mette sullo stesso piano fascismo e antifascismo: "Ognuno vuole la sua versione della libertà, che consiste nel sopprimere quella dell’altro" e rimprovera alla Resistenza la violenza della sua propaganda: "La verità, caro amico, dal momento che me la imponi, non mi interessa (…) La rivoluzione da noi è una forma d’investimento, di assicurazione per la vecchiaia. Io sono circondato da amici benpensanti che hanno per amici almeno due estremisti, uno per parte (…) Una volta si manteneva il figlio agli studi, oggi lo si mantiene nella contestazione, qualunque essa sia". "Essere comunisti è un lusso" e Flaiano non lo è perché "non se lo può permettere".
Nel 1946 Leo Longanesi, favorevolmente impressionato dal talento di Flaiano, lo esorta a scrivere un romanzo, assicurandogli persino un anticipo al fine di impegnarlo subito nella scrittura. Siccome per lo scrittore abruzzese "pensare di deludere Longanesi era insopportabile", scrive il suo romanzo in pochi mesi e lo consegna all’editore per la pubblicazione. Tale opera, Tempo di uccidere, nella quale racconta la sua esperienza nella guerra d’Africa e che sarà la prima e l’ultima narrativa di Flaiano, vince il Premio Strega. Nel suo Invito alla lettura Lucilla Sergiacomo sottolinea come la candidatura e la vittoria del premio indetto dai coniugi Bellonci fu "una mossa dell’editore per battere la produzione narrativa neorealista di sinistra, che faceva capo in quell’immediato dopoguerra a Moravia (…) e Flaiano finì con l’essere definito e ritenuto il candidato dell’intellighenzia liberale e della destra artistica e letteraria". Collocazione, questa, difficilmente contestabile, visto che è lo stesso Flaiano a certificare, nel più famoso dei suoi aforismi, che "se non si è di sinistra a vent’anni e di destra a cinquanta, non si è capito nulla della vita".
Il romanzo rispose perfettamente alle aspettative di Longanesi, vista la lettura tutt’altro che "realistica" che lo scrittore abruzzese compie dell’esperienza della guerra. La sua è "una storia esemplare di valore allegorico e dai toni visionari e simbolici". Tutti gli avvenimenti "reali" passano in secondo piano rispetto alla vicenda "interiore" del protagonista. L’evento bellico è solo, per dirla con la Sergiacomo, "uno spunto di partenza subito relegato al ruolo di palcoscenico della drammatica storia del protagonista". È lo stesso Flaiano a descrivere gli intenti del libro: "L’esperienza ci porta a scoprire quello che siamo noi veramente. Io credo che questo non sia soltanto drammatico, ma addirittura tragico". E conoscere se stessi è più importante che conoscere la realtà: l’uomo prevale sul contesto, senza strumentali insegnamenti moralistici e finalità propagandistiche.
Grande importanza ha anche il contributo che Flaiano ha dato al mondo del cinema. La sua prima collaborazione risale al 1942, come cosceneggiatore di Romolo Marcellini, ma la stagione più esaltante è senz’altro quella trascorsa affianco a Fellini, insieme al quale ha sceneggiato film che hanno fatto la storia stessa del cinema italiano. Basti pensare a: Lo sceicco bianco (1952), I vitelloni (1953), che gli procurò persino una nomination all’Oscar, La strada (1954), Il bidone (1955), Le notti di Cabiria (1957), La dolce vita (1960), Boccaccio ’70 (1962), Otto e mezzo (1963), Giulietta degli spiriti (1965). In questi film si sente forte l’impronta flaianea, più di quanto lo stesso Fellini abbia mai riconosciuto, tendendo piuttosto a sminuire tale apporto e rilasciando in più occasioni "valutazioni riduttive sul contributo di Flaiano alle sceneggiature", come registra la Sergiacomo. Nel considerare forte la rilevanza del contributo di Flaiano al prodotto finale di tali opere, la studiosa Cristina Bragaglia arriva a sostenere che la famosa storia de I vitelloni sia stata pensata e adattata non soltanto a Rimini, come si pensa comunemente, ma alla stessa Pescara e che il personaggio di Monaldo, il giovane irrequieto che vuole andar via dalla provincia, sia lo stesso Flaiano che parla di se stesso.
Rimane però il giornalismo la sua attività principale. Nei primi anni Cinquanta partecipa al progetto editoriale de Il Mondo di Mario Pannunzio, che era stato suo direttore già dalle prime collaborazioni sul settimanale Oggi e su Risorgimento liberale e che voleva creare una terza via laica e liberale tra democristiani e comunisti.
Flaiano vive questi anni di collaborazione con entusiasmo, qui può esprimere il suo "liberismo illuministico, individualistico e interiore", pur sapendo che la sua utopica idea di libertà non ha riscontri nella realtà politica del momento. Ne è consapevole al punto di non nascondere un certo compiacimento nel sottolineare che, in fondo, "lo sforzo, lo snobismo di Pannunzio era di fare un giornale che respingesse l’attualità. Io dicevo che stavamo facendo sempre il numero precedente".
E invece, suo malgrado, Flaiano è ancora oggi estremamente attuale e siamo certi che, se fosse vissuto per altri cent’anni ancora, non si sarebbe stancato di denunciare i vizi e le contraddizioni dell’italiano medio, sempre uguale a se stesso, come lo dipinge magistralmente in queste brevi righe: "I secoli hanno lavorato per produrre questo individuo di stanche ambizioni, furbo e volubile, moralista e buon conoscitore del codice, amante dell’ordine e indisciplinato, gendarme e ladro secondo i casi. Nazionalista convinto, vi dice come si doveva vincere l’ultima guerra e a chi si potrebbe dichiarare la prossima. Evade il fisco ma nei cortei patriottici è quello che fiancheggia la bandiera e intima ai passanti: "Giù il cappello!"".
Chiunque è web editor o web writer va alla ricerca della conoscenza del suo tempo per afferrare il senso del mondo, per sopravvivere nel mondo, forse per cambiarlo.
Google
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza nessuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001. L'autore dichiara che le immagini e i testi contenuti in questo blog sono tratti e pubblicati dal web e che solo alcuni titoli dei post sono di propria fantasia, pertanto declina ogni responsabilità per quello che riguarda i siti ai quali è possibile accedere anche dai collegamenti posti all'interno del sito stesso, forniti come semplice servizio agli utenti della rete.