mercoledì, ottobre 18, 2006

MAMMA RAI




Rai, canone in crisi
Mentre i partiti ricominciano, per l’ennesima volta, a discutere sull’assetto da dare alla Rai (ed emergono le più stravaganti filosofie, come quella di Casini che propone di decapitare la Rai vendendone la rete ammiraglia), il canone, pur fermo da tre anni sotto i 100 euro, rischia di venire sfarinato da una evasione di massa. Come si può vedere dal raffronto dei dati su abbonati ed evasori (più i morosi) degli anni 2000 e 2005, siamo ormai alla frana, sempre più ampia, sempre più veloce. La perdita di 6 punti e mezzo di abbonati fin qui fedeli significa che circa 1 milione di famiglie italiane è uscita dalla categoria di quelle che pagavano il canone allargando l’area dell’evasione sino a sfiorare il 28 per cento. Dati non ufficiali parlano, per la stagione in corso, di un ulteriore incremento dell’evasione, che la farebbe salire, in termini reali, sino al 35 per cento. La frana ha investito tutte le regioni, anche quelle un tempo più “fedeli”: in cinque anni il Veneto ha perso oltre 13 punti, l’Emilia-Romagna quasi 9, come la stessa Toscana che è la sola area in cui la percentuale dei paganti sta ancora sopra l’80 per cento del totale, lontanissima anch’essa, peraltro, dalle medie europee (collocate attorno al 90-92 per cento di “fedeltà”). Vi sono poi tre regioni del Mezzogiorno in cui il pagamento del canone è diventato un optional: nella città di Napoli sono ormai più numerosi gli evasori dei paganti, come a Palermo, mentre Catania e Vibo Valentia stanno scivolando per la stessa china. Attenzione, non è così in tutto il Sud. In Puglia si paga ancora e Foggia è addirittura fra i primi capoluoghi per “fedeltà” dopo Livorno e Ferrara. Anche in Abruzzo, Molise e Basilicata si paga abbastanza. Vi sono invece Comuni del Casertano dove soltanto un pugno di famiglia onorano il versamento del canone: sono meno di 10 ogni 100 a San Cipriano d’Aversa, a Parete e a Casal di Principe.
Eppure il canone Rai rimane più basso d’Europa, la metà dei canoni che gli utenti pagano, diligentemente, in Austria, Belgio o Scandinavia, poco più della metà dei canoni tedeschi e inglesi, puntualmente onorati (nel Regno Unito la lotta all’evasione ha ridotto al 5 per cento quest’area di non paganti), addirittura un terzo dei canoni versati annualmente in Islanda, Svizzera e Danimarca. Quindi, chi in Italia parla del canone come di un “iniquo balzello”, non sa davvero quello che si dice. Il canone tv o radio-tv esiste in tutti i Paesi europei (pure in Slovenia era, anni fa, sulle 200.000 lire italiane), ed è il pilastro fondamentale delle entrate di tutte le emittenti pubbliche arrivando a coprire in media il 70-80 per cento dei loro introiti contro il 50-54 per cento della Rai e assicurando così in partenza una forte autonomia – insieme a organismi sovraordinati di garanzia (fondazioni, consigli superiori, autorità, ecc.) - a quelle emittenti. Esse infatti sono assai meno condizionate dal mercato pubblicitario, possono non inseguire ossessivamente l’audience ed evitare di commercializzare i loro prodotti televisivi. Non a caso la Rai, che ha il canone più basso d’Europa, ha invece gli ascolti più alti fra le Tv pubbliche europee. “Deve” averli se vuole conquistare con essi i clienti dei suoi non numerosi spot e far costare questi ultimi il più possibile. Una catena infernale che condanna la Rai alla commercializzazione più spinta. Nel buco apertosi negli abbonamenti Rai giocano indubbiamente numerosi fattori:
a) c’è la disaffezione per programmi sempre più commerciali, sempre meno giustificabili col canone, pur modesto, che si paga, sempre più lontani dall’idea di servizio pubblico;
b) c’è la disaffezione politica per la televisione ammannita dalla Rai nell’inglorioso quinquennio 2002-2006;
c) c’è la componente, tutta italiana, potenziata dalla politica dei condoni e delle sanatorie in tutti i campi, del non pagare una imposta quale è il canone di abbonamento (imposta sul possesso dell’apparecchio tv). Tant’è che l’evasione diviene fenomeno di massa nelle tre regioni dove prosperano abusivismi di tutti i tipi (edilizio, previdenziale, ambientale, commerciale, ecc.) e cioè Campania, Sicilia e Calabria;
d) c’è il silenzio della politica sull’attualità e sulle prospettive del canone. Che sembra non interessare più nessuno (e sono ancora 1,4 miliardi di euro di gettito). Nei due anni passati il governo Berlusconi (ministri Gasparri e Landolfi) ha dichiaratamente negato alla Rai anche l’adeguamento del canone all’inflazione col fine di svalutare il canone stesso e di mettere in difficoltà l’emittente pubblica. Proprio nel momento in cui essa si stava riprendendo dalla crisi pubblicitaria seguita all’11 settembre 2001. Ma anche da sinistra non emergono posizioni di difesa del canone ispirate ad una reale conoscenza del quadro europeo. Né emergono idee forti sul servizio pubblico e il suo rapporto con la cultura di massa. Più facile parlare di privatizzare reti Rai.
e) C’è pure (legata al punto a) l’inerzia della Rai e della stessa commissione di Vigilanza nell’attuare una separazione contabile fra quanto è finanziato dal canone e quanto è finanziato dalla pubblicità, nel far capire agli abbonati quanto sia tuttora importante il loro contributo annuo al fine di produrre programmi di qualità, piazzati in buon orario. Programmi magari da segnalare (come è stato proposto più volte, vanamente, da Angela, da Minoli, da Augias e da altri) con un bollino blu. Non si è fatto nulla di nulla. Nemmeno in via sperimentale. V’è di peggio: i programmi che riguardano il teatro e la musica sono ormai tutti (ora anche “Palcoscenico”) confinati all’1,20’ di notte, senza rimedio. Che è un modo per allontanare gli utenti fedeli dal pagamento del canone: a che serve se poi chi lo onora viene così atrocemente beffato? E senza che nessuno si scomodi mai a giustificare questi orari insensati riservati alla grande musica, al teatro, allo spettacolo colto. Siamo all’assurdo totale. E alla diserzione di massa, ormai, degli abbonati. Intanto i partiti e i loro esponenti discutano, discutano pure. E’ dal ’96, se non erro, che discutono, soprattutto a sinistra, producendo aria fritta.
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