sabato, giugno 03, 2006

L'ABRUZZO "ROSSO" FA ACQUA DA TUTTE LE PARTI!



Storia di Donato Di Matteo, dell'Ato e dell'Acae di un metodo originale per moltiplicare cariche e prebendePescara, ecco il partito dell'acquapoltrone e indennità per il ds rampante
PESCARA - Il partito dell'acqua non ha uno statuto, ha molte sedi ma non ha un simbolo. Organi collegiali, un segretario, un gruppo dirigente, molti elettori. In Abruzzo è iniziata la sperimentazione, al pari della pillola abortiva, di questa nuova idea di formazione politica transpartitica, che vive e prospera e conta poltrone e indennità di riguardo, elargisce consulenze e posti di lavoro, decide grandi appalti, muove molti soldi. Un nuovo e moderno sistema del potere che corresu una strada parallela a quella dei partiti tradizionali.Per dire, alle scorse elezioni regionali il candidato più votato dei ds (e l'unico eletto) è stato Donato Di Matteo, un omone che ha rastrellato dodicimila voti di preferenza, e tra queste montagne dodicimila voti sono davvero tanti, con una campagna elettorale spettacolare e potente. Di Matteo alla Regione è giunto anche grazie all'impegno profuso in qualità di presidente dell'Aca, l'azienda pubblica che gestisce la distribuzione dell'acqua in sessanta comuni della provincia di Pescara.In Abruzzo, ecco la novità, l'erogazione di un servizio essenziale come la distribuzione dell'acqua potabile ha permesso la creazione di una rete politica alternativa a quella ufficiale e un ceto dirigente che cresce nelle sale riunioni dei consigli di amministrazione e poi si afferma nell'urna, al momento del voto.Gli abruzzesi hanno scoperto prima e meglio di tutti gli altri, che si possono fare affari politici d'oro caricando sulle spalle di SpA le ambizioni di una carriera altrimenti precaria. Aiuta il contesto. Pescara, la città di Flaiano, è ricca di commerci e di pretese. Ha il più alto indice di beauty center e palestre per abitante, un conto in banca assai rispettabile e la certezza che qui in pianura si fanno più cose e meglio che nel resto del mondo, e per mondo si intendono le montagne dell'Abruzzo.A Pescara, città piatta come la sogliola, hanno subito capito che la fantasia può portare lontano. E così, quando per legge è stato imposta la privatizzazione dei servizi, si son fatti venire un'idea, questa idea. Morti i consorzi di bonifica, sono stati costituiti gli Ato, sigla che sta per Ambito territoriale ottimale. Per legge l'Ato raccoglie un territorio omogeneo, è una forma di consorzio obbligatorio cui i comuni devono aderire per "fare sistema": condividere la rete idrica e ottimizzare i costi di distribuzione.In Abruzzo ci sono sei Ato, uno dei sei raggruppa la provincia di Pescara e il comune di Chieti. E' un parlamentino formato dai sindaci di sessanta comuni che deve provvedere ad affidare a un gestore privato il servizio di cura e manutenzione della rete.Un privato? Anno 2001, governo Berlusconi, emendamento alla Finanziaria. Con l'aiutino del centrosinistra viene approvato un comma che aggiorna in extremis il senso della "privatizzazione" e stabilisce che - certo - si può affidare tramite gara d'appalto europea la gestione, ma tale servizio può essere svolto, se esiste, da una società a intero capitale pubblico. Gli abruzzesi, i più svegli, capiscono subito la fortuna che è loro capitata e così l'Ato genera una SpA a intero capitale pubblico, cioè l'Aca. C'è l'Aca e dunque, a norma di legge, l'affidamento del servizio si può decretare "in house". House, casa. Senza gara, tutto fatto in casa. E' un'idea bella due volte perché non soltanto non bisogna fare l'appalto, ma si raddoppiano i consigli di amministrazione, si raddoppiano le poltrone e i compensi.La privatizzazione dell'acqua a Pescara come altrove diviene - in house - realtà. A dirigere l'Aca c'è un diessino, a consigliare vengono chiamati i segretari o i leaders locali dei partiti del centrosinistra: dei Ds, della Margherita e dello Sdi. Uno strapuntino è offerto anche alla Casa delle libertà. E' bellissimo: con l'acqua si guadagna un bel gruzzolo al mese, cinquantamila euro l'anno l'indennità media di consigliere, e si fanno cose che altrimenti mai si sarebbero potute fare. La prima e più importante: quando devi assumere qualcuno non c'è bisogno di indire un concorso.E dunque, ammesso che si hanno cattive intenzioni, non c'è bisogno nemmeno di sforzarsi per taroccarlo. Assunzioni dirette. Tu vieni e tu no. A te uno stage di un anno, a te un contratto per sei mesi. Pianta organica a fisarmonica e via col liscio. Poi, seconda cosa bella, la capogruppo può generale altre società, altri presidenti, altri consigli di amministrazione, altri revisori dei conti. Si chiamano enti strumentali. Per far bere ai pescaresi un'acqua ancora più buona, si decreta la nascita di tre società modello: Hydrowatt Abruzzo, Idros e Aca Service. Chi si occupa delle bollette, chi dei depuratori, chi dell'approvvigionamento. Bellissimo davvero.L'Aca è forte, e benché la sua rete sia un colabrodo e perda ogni giorno durante il tragitto dalla sorgente alle case quasi il 56 per cento del suo originario carico, decide di portare l'acqua anche in Africa, in Burkina Faso. E' una campagna di solidarietà promossa con la Fondazione Abruzzo Riformista. Certo, il presidente dell'Aca è anche il presidente della Fondazione. Riformista è il leader diessino. Ma cosa c'entra?Intanto si lavora. Ci sono piccoli incidenti di percorso: l'Aca sbaglia un numero spropositato di bollette, e anche il piano industriale, per restare al tema, fa acqua. Il management, che col tempo si affida a un personale sempre più qualificato (assunti, tra gli altri, il fratello del vicesindaco di Pescara, il cognato di un assessore del capoluogo, il figlio del sindaco di Popoli, la moglie di un consigliere di amministrazione) inizia a individuare strade nuove per l'approvvigionamento finanziario. L'Aca non solo perde acqua ma perde anche soldi. Con un fatturato di trenta milioni di euro, quindici sono i debiti verso fornitori e banche. La politica, che qui diviene impresa, ha bisogno di soldi per fare investimenti. Bussa alle banche. Decide per la via più breve e più efficace: chiede e ottiene uno scoperto di conto corrente. Sull'unghia raccoglie quattro milioni di euro che servono per le spese. I mutui, certo, sarebbero la forma di finanziamento più adatto. Ma la pratica comporta tempi lunghi. Il riformismo di sinistra ha bisogno di essere veloce, di fare prima di pensare.E, infatti, quando arriva il tempo delle elezioni regionali un grande slogan bussa alle case pescaresi: "Le idee in pratica". E' il motto del candidato dei Ds che, abbandonata la carica di presidente dell'azienda, decide di fare il gran salto al consiglio regionale. Garantisce: "Sarò il nuovo assessore alla Sanità".All'Aca c'è un subbuglio: al presidente uscente, il diessino Di Matteo, succede un revisore dei conti, il diessino Bruno Catena. Il leader della Margherita si ferma alla presidenza dell'Ato, un consigliere diessino viene trasferito al comune capoluogo e fatto assessore. Il segretario socialista resta fermo nel consiglio di amministrazione. La campagna elettorale è altamente spettacolare, il nuovo leader dell'Abruzzo riformista è potente e concreto. Ama la forchetta, infatti pesa oltre un quintale, e le maniere spicce. I sindaci dell'Ato, i sindaci rossi del parlamentino dell'acqua, si raccolgono in uno spot elettorale di sostegno del beniamino. Venti comitati elettorali, pirotecnici ma efficaci. Dodicimila voti, primo degli eletti diessini.Il centrosinistra vince in Abruzzo, Ottaviano Del Turco ne è il presidente, la destra è fermata. Fassino è contento e mette piede a Chiedi, per un comizio. Gli si fanno incontro i sindaci, la nuova leva riformista. Nel gruppo la stazza di Di Matteo. I sindaci lo circondano. E' gente di montagna, dai modi sinceri ma ruvidi. Gli intimano: "Cossù adda fa l'assessore". Fassino rivolto al segretario regionale: "Cosa vogliono, non li capisco". Di Matteo deve fare l'assessore alla Sanità. Il segretario torna a Roma e si documenta. C'è qualcosa che non va, Di Matteo è promosso capogruppo al consiglio. Lui del resto è l'unico eletto.Avrà un'indennità aggiuntiva ma niente assessorato. Di Matteo non capisce e non si adegua: "Questi sono abituati alle parole, io sono uno concreto. Mi hanno messo in un posto che non mi piace, se mi rompo i coglioni...".
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